
A Mandello del Lario, difronte al Municipio, è collocata una lunga lastra di marmo bianco, è il Monumento a Carlo Guzzi opera del maestro Ettore Gambioli. Simbolicamente appoggiato al muretto dei box, Guzzi registra i tempi sul giro della otto cilindri. Piazza Leonardo da Vinci (!) è meta obbligata di un pellegrinaggio laico per qualsiasi fedele alla Casa di Mandello.
La otto cilindri, la moto da corsa che a distanza di tanti anni ancora affascina e stupisce. Eppure di questa creatura sciur Carlet non ne è il padre, neppure il padrino. Già dal 1951 la progettazione delle moto da corsa non è più un suo compito perché di lì a poco si costituisce un vero reparto corse con al vertice l’ingegner Giulio Cesare Carcano, assunto giovanissimo già prima della guerra con grande lungimiranza da Giorgio Parodi.
E la storia della otto cilindri è tutta Parodi, la famiglia che avallò un progetto miliardario quando la monocilindrica oramai spremuta al massimo seppur leggera come una piuma non reggeva più il ritmo delle Gilera quattro. Dal primo schizzo al primo avviamento in pubblico della moto completa non passa neppure un anno. In cinque mesi il motore era già pronto. L’astronave la chiamavano gli operai ma il friulano Umberto Todero che aveva messo su carta le idee di Carcano ha sempre parlato di un motore semplice, miniaturizzato in certi particolari ma facile anche negli interventi da eseguire ai box. Nel 1955 la moto inizia a scendere in pista ed inevitabilmente i ritiri si susseguono per motivi anche banali mentre si conferma la validità del progetto che subisce solo migliorie.
La stagione ’57 inizia con due successi, la moto è vincente. Poi però la squadra viene decimata da troppi infortuni anche perchè i piloti sono impegnati in altre cilindrate, le battaglie sono senza esclusione di colpi. A settembre, a Monza, nessuno è disponibile, si propone un vecchio leone, Alano Montanari, che conosce la moto ma i responsabili preoccupati per la sua irruenta generosità gliela negano. A fine anno il comunicato che pone fine all’impegno agonistico della Casa.
Si dice che gli Dei amino gli Eroi destinati ad una vita breve: anche la Otto è universalmente amata da tanti e tanti appassionati che si inebriano del suono del suo motore ogni volta che viene avviato in pubblico.